La sfortuna di vivere a cavallo del muro

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pubblicato su IlJournal

 

 

palestinaSnake, serpente, così lo chiamano il muro i palestinesi che con il muro, ogni giorno, ci devono fare i conti. Così è per George, studente di giurisprudenza impegnato per impedire la costruzione del muro nella verde valle di Dayr Kirmizan nella zona di Beit Jala. Lui e gli altri palestinesi che si sono attivati in questa impresa sono in attesa che si esprima in merito la legge israeliana. Poche le speranze di successo, “ma del resto cosa possiamo fare? Gli Stati Uniti, l’Europa, parlano parlano ma alla fine nessuno fa veramente niente per risolvere questa situazione”.

Il muro-serpente che si snoda nella West Bank, non ha solo il compito di ridisegnare i confini fra lo Stato d’Israele e il mai Stato di Palestina, ma è anche ciò che imprigiona, che impedisce il movimento a chi non ha il giusto passaporto o un permesso speciale se palestinese. Per questi comunque quello che li aspetta è una lunga attesa di controlli, snervanti, spesso di umiliazioni, e magari solo per la necessità di recarsi al lavoro. Hussam, ogni mattina deve svegliarsi alle tre e fare due ore di coda, controlli, per spostarsi da Betlemme (territori palestinesi) a Ramallah (sempre territori palestinesi) per andare a lavorare. Mediamente ci mette due ore per andare a lavorare e due ore per tornare a casa. Qualche volta succede però che per qualche motivo i tempi diventino molto più lunghi. “Non riesco mai a stare con i miei figli, stanno diventando grandi e io non li vedo crescere”. La sua sfortuna? Avere la famiglia a Betlemme e dopo essersi laureato in italia in economia, aver trovato da lavorare a Ramallah.

Questa mattina mi sono recato a Ramallah presto. Da Betlemme dove siamo alloggiati ho dovuto passare il check point in uscita e quello a nord per rientrare nei territori palestinesi. C’era un po’ di traffico a Gerusalemme, sono arrivato a Ramallah in 40 minuti. Senza traffico ci vuole anche meno.

Francesco Cavalli